Ultima modifica: 23 luglio 2026
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Sistema integrato 0-6: la Corte dei Conti fotografa un sistema ancora diseguale e non adeguatamente monitorato

Forti differenze tra le Regioni, ritardi nella programmazione, difficoltà dei Comuni e un sistema informativo nazionale ancora fermo. A quasi dieci anni dalla riforma, la piena attuazione del sistema integrato resta incompiuta

Il sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni rappresenta una delle principali politiche pubbliche di prevenzione e di contrasto alle disuguaglianze educative e sociali. Per il 2025 il Fondo nazionale dispone di 276 milioni di euro, ripartiti tra le Regioni.

La Relazione della Corte dei Conti sul Rendiconto generale dello Stato 2025 riconosce l’impegno finanziario dello Stato ma evidenzia, ancora una volta, come le maggiori criticità riguardino la capacità del sistema di garantire un’offerta omogenea sul territorio nazionale e di verificare concretamente gli effetti degli investimenti.

Un sistema riconosciuto come strategico

Non è casuale che la Corte dedichi particolare attenzione al sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni. Già nella parte introduttiva della Relazione, richiamando le priorità politiche del Ministero, il sistema 0-6 viene collocato tra gli strumenti fondamentali per garantire il diritto all’istruzione e ridurre le disuguaglianze educative. Una scelta pienamente coerente con i principi costituzionali: l’articolo 2 della Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona e richiama il dovere di solidarietà della Repubblica, mentre l’articolo 3 le affida il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto l’uguaglianza dei cittadini. È proprio in questa prospettiva che il sistema integrato 0-6 assume un ruolo strategico, ponendosi come uno dei primi strumenti attraverso i quali rendere effettivo il diritto all’istruzione fin dalla prima infanzia.

Nella Priorità politica n. 4, infatti, l’accesso al sistema educativo integrato 0-6 viene posto sullo stesso piano degli interventi per l’inclusione degli alunni con disabilità, degli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento, delle situazioni di maggiore fragilità sociale e dell’integrazione degli studenti stranieri. È una scelta che conferma come il segmento 0-6 non rappresenti più soltanto un servizio sociale o di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, ma costituisca una componente essenziale del diritto all’istruzione e delle politiche educative del Paese.

Non è un caso. La scuola dell’infanzia e i servizi educativi per la prima infanzia rappresentano – purché qualificati – il primo presidio pubblico capace di contrastare le disuguaglianze educative, sociali e culturali. È proprio nei primi anni di vita che si costruiscono le condizioni per garantire pari opportunità di apprendimento e di sviluppo a tutte le bambine e a tutti i bambini, indipendentemente dal contesto familiare, economico o territoriale di provenienza. In questa prospettiva, il sistema integrato 0-6 costituisce una delle principali attuazioni dell’articolo 3 della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale dei cittadini.

Colpisce, inoltre, una scelta programmatica evidenziata dai documenti contabili: i 276 milioni di euro del Fondo nazionale per il sistema 0-6 vengono infatti allocati e rendicontati all’interno del Programma 1 del Ministero, legato alla “Programmazione e coordinamento dell’istruzione”Al contrario, nel Programma 8 intitolato “Sviluppo del sistema istruzione scolastica e promozione del diritto allo studio”, non emergono misure specifiche rivolte al rafforzamento del sistema integrato 0-6L’attenzione per lo sviluppo e il diritto allo studio si concentra su numerosi ambiti (come le borse di studio, la fornitura dei libri di testo e la lotta alla dispersione scolastica), ma non trova un corrispondente sviluppo per un segmento che il decreto legislativo 65 del 2017 considera unitario, dalla nascita fino ai sei anniAnche la scuola dell’infanzia, parte integrante del sistema 0-6, resta sostanzialmente assente dalle misure di sviluppo previste dal programma.

A fronte di queste contraddizioni programmatiche, e tenendo fermo l’alto valore costituzionale dello 0-6, le criticità evidenziate dalla Corte assumono un significato che va oltre gli aspetti contabili o amministrativi: le differenze territoriali nell’offerta dei servizi, i ritardi nella programmazione e le difficoltà nella governance rischiano infatti di tradursi in una diversa possibilità di esercitare il diritto all’istruzione fin dalla prima infanzia.

Un Paese che continua a viaggiare a velocità diverse

Il sistema integrato 0-6 si fonda su un principio preciso: alle risorse statali deve affiancarsi il cofinanziamento delle Regioni, chiamate ad investire almeno il 25% della quota ricevuta dallo Stato. È proprio dall’analisi di questi dati che la Corte evidenzia un Paese che continua a procedere a velocità diverse.

Tra le Regioni che investono maggiormente spicca la Toscana, che nel 2025 destina 52,7 milioni di euro di risorse proprie, risultando la Regione con il più elevato cofinanziamento in valore assoluto. Seguono il Veneto con 32 milioni, la Lombardia con 29 milioni e la Sardegna con 23,5 milioni di euro.

Se si considera invece il rapporto tra risorse regionali e fondi statali ricevuti, il quadro cambia: la Valle d’Aosta registra il livello di cofinanziamento più elevato, seguita dalla Sardegna e dalla Toscana, segnale di un impegno particolarmente significativo rispetto alle risorse assegnate dallo Stato.

Sul versante opposto, Abruzzo, Calabria, Campania e Sicilia si limitano al cofinanziamento minimo previsto dalla normativa (25%), mentre Piemonte, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Molise e Puglia si collocano appena al di sopra della soglia obbligatoria, con percentuali comprese tra il 29% e il 34%.

La Corte segnala inoltre ritardi nella programmazione delle risorse da parte di Marche e Umbria, mentre le programmazioni presentate da Basilicata, Calabria, Campania e Molise richiedono ancora verifiche e integrazioni prima di poter essere considerate pienamente conformi al Piano nazionale.

Il diritto all’istruzione continua a dipendere dal luogo in cui si nasce

La Corte evidenzia come le differenze nella capacità di investimento si riflettano ancora sull’offerta dei servizi educativi.

Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, la copertura nazionale dei servizi educativi per la prima infanzia si ferma a 31,6 posti ogni 100 bambini, un valore ancora inferiore agli obiettivi europei. Dietro questa media nazionale si nascondono però profonde disuguaglianze territoriali.

Nel Centro la copertura raggiunge il 40,4%, mentre il Nord-Est arriva al 39,1%. Situazione completamente diversa nel Mezzogiorno, dove si scende al 19%. Anche la ripartizione geografica delle Isole registra una copertura media di appena il 19,5%, ma questo dato è fortemente influenzato dalla Sardegna, che presenta livelli significativamente più elevati: ne consegue che la situazione della Sicilia risulta ancora più critica della media della macroarea.

È in questo quadro che il sistema integrato 0-6 assume il valore di una politica di uguaglianza sostanziale: senza un rafforzamento dell’offerta educativa nei territori più fragili, il diritto all’istruzione rischia di essere ancora fortemente condizionato dal luogo in cui si nasce.

Le difficoltà non sono solo finanziarie

Uno degli aspetti più interessanti della Relazione riguarda l’analisi delle cause che rallentano lo sviluppo del sistema.

Secondo la Corte, le difficoltà non dipendono esclusivamente dall’entità delle risorse disponibili.

Pesano invece:

  • le difficoltà delle Regioni nella programmazione;
  • la limitata capacità amministrativa dei Comuni nell’utilizzo e nella rendicontazione dei finanziamenti;
  • tempi di monitoraggio estremamente lunghi, che oggi non consentono ancora di valutare se gli investimenti stiano realmente riducendo le disuguaglianze territoriali.

È un quadro che richiama problematiche già evidenziate dalla Corte anche in altri settori dell’istruzione, dove il problema non è rappresentato soltanto dalle risorse disponibili, ma dalla capacità amministrativa di trasformarle in servizi effettivamente fruibili.

Una valutazione rinviata di anni

La Corte evidenzia un’ulteriore criticità: oggi non è ancora possibile valutare l’effettiva efficacia degli investimenti realizzati.

Le modalità previste dal Piano di azione nazionale fissano infatti il monitoraggio delle risorse del 2024 soltanto nel 2027 e quello delle risorse del 2025 nel 2028. Ne consegue che, allo stato attuale, non è possibile stabilire se gli investimenti abbiano realmente ampliato l’offerta dei servizi o contribuito a ridurre i divari territoriali.

È una situazione che rischia di indebolire la capacità delle politiche pubbliche di correggere tempestivamente criticità e disuguaglianze, rinviando di diversi anni la verifica dei risultati effettivamente raggiunti.

Monitoraggio e programmazione: una questione ancora aperta

Proprio sul versante del monitoraggio il legislatore è intervenuto con l’articolo 51, comma 7, della legge 182 del 2 dicembre 2025, che ha modificato il decreto legislativo 65 del 13 aprile 2017, introducendo alcune modifiche alla disciplina del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita ai sei anni.

Le novità sono state successivamente illustrate dal Ministero dell’istruzione e del merito con una specifica nota di accompagnamento, rivolta alle Regioni e agli enti locali, con l’obiettivo di chiarire le innovazioni introdotte dalla nuova disciplina.

Tra gli interventi più significativi figurano il rafforzamento degli strumenti di monitoraggio sull’utilizzo delle risorse del Fondo nazionale e dei relativi cofinanziamenti regionali e locali, nonché la modifica della disciplina dei Piani di azione nazionali pluriennali, che non sono più approvati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, ma vengono adottati con decreto del Ministro dell’istruzione e del merito, previa intesa in Conferenza Unificata, rafforzando così il coinvolgimento istituzionale di Regioni ed enti locali.

Si tratta di modifiche che sembrano rappresentare una risposta alle criticità oggi evidenziate dalla Corte dei conti.

Resta però aperta una domanda di fondo: questi nuovi strumenti saranno sufficienti a rendere effettivo un monitoraggio continuo degli investimenti e dei risultati raggiunti?

Proprio perché il legislatore è recentemente intervenuto sulla governance del sistema, diventa ancora più importante conoscere lo stato di predisposizione dei nuovi Piani di azione nazionali pluriennali. A che punto sono? Con quali obiettivi e con quali criteri di monitoraggio saranno valutati i risultati?

Sono interrogativi tutt’altro che secondari alla luce delle criticità evidenziate dalla Corte. Se oggi non è ancora possibile misurare con tempestività gli effetti delle politiche pubbliche sul sistema integrato 0-6, il primo passo dovrebbe essere proprio quello di rendere pienamente operativi gli strumenti di programmazione, monitoraggio e valutazione previsti dalla normativa.

Un investimento che riguarda anche l’inclusione

L’importanza strategica del sistema integrato 0-6 emerge anche nella parte della Relazione dedicata alle prospettive della legge di bilancio 2026.

La Corte richiama infatti l’attuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione degli studenti con disabilità, evidenziando come le risorse del nuovo Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità siano destinate a rafforzare tali servizi anche nella scuola dell’infanzia.

Un ulteriore elemento che conferma come gli investimenti nella fascia 0-6 rappresentino oggi una leva fondamentale non soltanto per ampliare l’offerta educativa, ma anche per garantire pari opportunità, inclusione e pieno esercizio del diritto all’istruzione fin dai primi anni di vita.

Una riforma ancora incompiuta

La Relazione della Corte dei Conti restituisce quindi un’immagine molto chiara e che dovrebbe richiamare a responsabilità tutti gli attori in campo.

Da un lato, il sistema integrato 0-6 viene riconosciuto come una delle priorità strategiche delle politiche educative nazionali e come uno degli strumenti principali per promuovere equità, inclusione e diritto all’istruzione. Dall’altro, persistono forti e inaccettabili  disuguaglianze territoriali, ritardi nella programmazione, difficoltà amministrative e carenze nella governance che ne limitano ancora la piena realizzazione.

A quasi dieci anni dall’entrata in vigore del decreto legislativo 65 del 2017, il sistema integrato 0-6 resta una delle riforme più importanti ma anche più incompiute del sistema educativo italiano. Le risorse rappresentano una condizione necessaria, ma non sufficiente: senza una governance realmente efficace, un rafforzamento della capacità amministrativa degli enti territoriali e un sistema di monitoraggio in grado di misurare tempestivamente i risultati, il diritto all’educazione nella prima infanzia rischia di continuare a dipendere dal territorio in cui si nasce, anziché essere garantito come diritto effettivamente esigibile in tutto il Paese.